Arte & Liturgia


 
L'AGONIA NEL GIARDINO
 

Paul Gauguin (1889)

 
Come fantasmi gelatinosi gli alberi sul fondo pare che stiano per levarsi in volo trascinati lontano da una totale evanescenza: il cielo piatto e turchino decora la notte di un pietoso alito di colore, come un fluido nel quale le cose svaniscano più dolcemente e il giorno si perda con tutte le sue ombre con meno tristezza. Il mondo si farà in qualche istante scuro in un ultimo palpitare di blu. Per questo controcanto di luci che muoiono e ombre che nascono, l’imbrunire è il luogo più ospitale di ogni intenerimento come di ogni mestizia, dalle più ardite speranze alle più nude confessioni.
All’imbrunire nemmeno Gesù trattiene il suo opprimente sgomento e un estremo miraggio che accada altro di quel che deve accadere. Tutto pare invece cacciarlo in quell’angolo sinistro di un imminente tormento. Sul ciglio della voragine il pennello di Gauguin traccia le linee di forza di un dramma in atto: i suoi colpi piatti e lunghi scivolano come pioggia battente, a stravento da destra a sinistra, a comprimere il corpo ingobbito di Gesù alle corde dell’esistenza.
Senza sapere di essere anch’essi parte dello stesso scroscio, due poveri uomini alzano pateticamente la testa; ma sono due mosche, due massi, due buchi neri nella notte. Sostanza ormai, del sonno totale delle cose. Tra questo sferzare obliquo, le tirate di colore sull’abito del Maestro dolente cadono a piombo con la forza tremenda di mille funi sottili, verticali di una caduta senza fine, convergenza di energie ostili come spesso si manifestano nella vita. Questo Gesù è abbattuto come un animale dopo una lunga fuga. Con cinica e irridente impotenza un fusto nero e arido al centro del quadro stringe la figura di Gesù in un quadrato senza agi, per separarlo ancora di più, con un colpo nella schiena, definitivamente fuori dalla scena. Quest’albero non è al centro della scena. Lo è invece, come un cuore laterale, la testa del maestro, di un “rosso soprannaturale”, come dirà lo stesso Gauguin. Accasciato, le mani inerti e pendule, il viso è raccolto e ritratto in un abbandono pieno di sogni, in un estremo desiderio di rinascita e di riscatto, come se ora gli impegni di una vita, le loro promesse e le loro illusioni, apparissero d’un tratto immeritevoli. Naso aquilino, occhi sporgenti, zigomi alti e puntuti: questo è il ritratto dell’artista che, trasportato da imprevisti e fallimenti, se ne lascia cullare con rassegnazione mentre sogna un paradiso in cui rinascere. I suoi quadri ci parlano di lui.