Arte & Liturgia


 
INCREDULITÀ DI TOMMASO
 

Caravaggio (1601-1602)

 
Lui, il più luminoso di tutti, lui che la luce rende il più bello degli uomini, lui che ha il torace del più forte degli eroi, lui che ha fatto del lenzuolo funebre lo splendido vestito di festa. Lui che ha il volto in ombra. Dolcissimamente reclinato, ha il pudore di chi teme di dare l’impressione della rivincita. Non gli avevano creduto, non l’avevano seguito con convinzione nel suo ultimo salire  a Gerusalemme. “Ora sono qui, non abbiate timore”.
Egli sa delle nostre terribili paure, delle nostre diffidenze, anche quelle nei confronti di Dio. Vederli arrivare lì dove Dio si rivela, dove toglie il velo del tempio, dove rivela il suo amore indicando una ferita, lo rende quasi timoroso. “Resta uno scandalo questa ferita, ma devono guardarla a lungo, non possono rituffarsi nell’idea di un Dio che resta impassibile, che non soffre, che è dalla parte dei forti e dei bravi, dei fortunati. Non possono coprirmi la ferita e vergognarsi di essa.”
E’ orrendo questo gesto di toccare la ferita, ma non è il gesto fisico di chi esamina un cadavere. E’ il modo di chiedersi: “Ma perché l’hai fatto?” Eccoli chini sul mistero. “Gli occhi non possono vedere, c’è solo da fidarsi che io sono vivo e vivi sono i gesti le parole che io vi ho lasciato. Vi rimando ora nella Galilea delle genti. “
La mano di Tommaso assomiglia tanto a quella di Dio creatore disegnata da Michelangelo. “Ora sai Tommaso, quanta carica di tenerezza conteneva. Non toccare niente con prepotenza, ma tratta tutto con infinita delicatezza”.
Nessuno dei tre alza la testa in direzione della luce: la Risurrezione non è da guardare con gli occhi ma è da vivere sulla pelle. Il Risorto non è percettibile con i nostri sensi.
Pietro, la Chiesa istituzione; Giovanni, la Chiesa comunione; Tommaso, la Chiesa pellegrina, contemplano il mistero della Risurrezione che dovranno annunciare al mondo.