Arte & Liturgia


 
 
CENA IN EMMAUS
 
 
REMBRANDT  (1628)
 

Potrebbe sembrare una semplice scena conviviale: è sera e tre avventori siedono intorno al tavolo di una povera locanda. Intuiamo che sono pellegrini dal fatto che sulla parete al centro è appesa una bisaccia, segno di un viaggio appena interrotto per concedersi un po’ di riposo. Sulla sinistra, nella sala retrostante, si affaccenda una cameriera.
Un drammatico gioco di chiaroscuri, però, illumina prepotentemente il commensale di destra, svelandone la natura divina.
L’artista olandese aveva circa 23 anni quando dipinse questo piccolo gioiello. Era all’inizio della ricerca che lo accompagnerà per tutta la vita, diventando per lui quasi un’ossessione: quella sulla rappresentazione del volto di Cristo. L’urgenza della verità lo inciterà a chiedersi come fare a dipingere il Volto. Comincerà proprio da quest’opera.
Egli eterna sulla tela un istante preciso: non quello in cui Gesù sparisce dalla vista dei due discepoli, ma quello in cui “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Il tratto del pennello è quasi abbozzato, il dipinto sembra fatto solo di luce ed ombre, senza linee di contorno, quasi a dirci l’impossibilità di afferrare concretamente un mistero, di comprendere appieno un attimo di consapevolezza così smisurato. Il profilo di Gesù si staglia e si definisce attraverso il bagliore che Egli stesso emana: sta spezzando il pane e sembra dissolversi nella luce, pare stia cominciando a sparire. Tuttavia il centro compositivo è lo sguardo del pellegrino abbagliato: i suoi occhi si sono dischiusi, apre le mani e quasi si rannicchia nella direzione inversa a quella del corpo del Cristo. E’ lo stupore della fede. L’altro pellegrino è solo un impasto di ombra, si è gettato in ginocchio ai piedi del Maestro con uno scatto così repentino che ha fatto cadere persino la sedia.
Il volto di Gesù non ci appare chiaro, non possiamo percepirlo attraverso i sensi, è vero, ma possiamo conoscerlo con lo sguardo della fede, facendo esperienza della sua luce che desidera solo irradiarci. E se permettiamo che quella luce rischiari il nostro volto, essa ci renderà riconoscibili, ci ridonerà la nostra identità. Cristo si rispecchia nell’altro ed è attraverso il fratello che possiamo (ri)conoscerlo. Quello che da subito attira lo sguardo, però, è la zona a sinistra del quadro. Anche la serva infatti è illuminata e la sua posizione richiama quella di Cristo. Quel Cristo che, poco prima di morire, aveva anch’Egli servito durante la Cena, quel Cristo che per la nostra vita deve essere tutto: compagno di viaggio, commensale, servo, Parola e nutrimento!