Arte & Liturgia


 
IL GEOGRAFO
 
Johannes Vermeer  (1632-1675)
 
“Beati…i poveri, i miti, i puri, i misericordiosi…” (Mt 5,1-12)
Beati, cioè felici, parola di fronte alla quale ci sentiamo perduti. E’ da così tanto tempo che cerchiamo la felicità che a volte arriviamo al punto di dubitare che esista o che abbia un senso cercarla. Allora riprendiamo il corso della nostra vita, né del tutto triste, né del tutto felice sino a quando di nuovo, l’intuizione della sua esistenza si impone come un problema da risolvere, un mistero da chiarire.
Il geografo del quadro di Vermeer cerca di risolvere un problema di altra natura. Siamo in pieno nell’ epoca di Padre Médaille. Nel 1600, in tanti erano ossessionati dalla credenza che il paradiso potesse trovarsi da qualche parte sulla terra: forse in Oriente, o nell’America del Sud…Malgrado i secoli che ci separano, la ricerca di questo geografo è vicina alla nostra. Dallo spazio chiuso della sua stanza, egli aspira ad organizzare la carta del mondo. In verità è da sempre che cerchiamo la felicità, quella che oggi con meno passione viene chiamata “benessere soggettivo”.  Il nostro geografo è da tanto tempo che cerca di risolvere l’enigma: riflette, calcola, trova, si ricrede, si accorge di essere su una falsa pista. Ed ecco che ad un tratto solleva il capo, si volge verso la luce, e il suo sguardo spazia fuori dalla finestra. Ha riflettuto abbastanza e ha il presentimento che la scienza, il lavoro e l’intelligenza non basteranno più alla sua ricerca. Capisce che deve lasciare che dentro di sé accada qualcosa, che attiene all’ordine dell’emozione o dell’intuizione. Presagisce che la soluzione della questione non è all’esterno,  nelle sue carte, sui suoi mappamondi, sulla punta dei suoi compassi, ma dentro di lui. Il geografo di Vermeer avverte che il paradiso di cui cerca la strada non è da nessuna parte se non dentro di lui.
Fermiamoci davanti a questo quadro, sostiamo sul volto del geografo, restiamo in silenzio e lasciamo che ci parli, ci suggerisca qualcosa su questa ricerca della felicità che è anche in noi, perché come scriveva  Spinoza: “Ho cercato con cura di non deridere le azioni umane, di non compiangerle, né di disprezzarle, ma di capirle”.