Arte & Liturgia


 
CAMPO DI LAVANDA
 
Carlo Mattioli (1990)
 
"L'arte è nell'erba. Bisogna avere l'umiltà di chinarsi a raccoglierla" (Boris Pasternak).
 
Carlo Mattioli nasce a Modena nel 1911, muore a Parma nel 1994. E’ un maestro della pittura italiana del novecento, che in pochi conoscono. La sua  è una pittura di superficie, senza azione, è un allontanarsi e avvicinarsi alla tela da parte dell'artista, fino a trovare le tonalità giuste da percepire ad ogni distanza. Ogni supporto usato è per Mattioli il frutto di una selezione accurata; può essere semplice tela, una tavola consunta e utilizzata proprio per speciali imperfezioni o per quel tempo che l'ha logorata e scarnificata nelle venature e nei nodi; può essere la copertina rilegata di un vecchio libro, stinti fogli d'archivio con antiche annotazioni. Tutto ciò per accentuare quel venire da lontano della pittura, delle forme, del pensiero, per dirci che si è giovani per poco e che si passa subito nel cammino della storia e che la nostra esistenza non può essere senza memoria. È, quasi, come se volesse che la sua opera fosse già antica, pur con un segno moderno. Mattioli sente e ama il passato e se lo porta addosso, come un marchio indelebile, come se l'artista non potesse essere frutto esclusivo del presente, dovesse solo rinnovarlo. Ecco perché i suoi schemi si ripetono, sapendo che il creato è immutabile e segue regole inspiegabili. L'artista può solo colorare il mondo.
Il soggetto-albero ripetuto all’infinito è la dimostrazione che, molto spesso, l’esercizio del fare arte è una vera e propria preghiera. E nel “campo di lavanda”, quegli alberi che si elevano al cielo sono un modo per ripassare il rosario del mondo. Nel silenzio profumato che sale dalla terra al cielo.