Dentro il Carisma...


 
L'AMBIZIONE DELL'UMILTÀ
 
 
 
 
 
“Siate profondamente umili…” (Massima 15)
 
Questa è solo una delle Massime nelle quali padre Médaille ci ricorda di vivere l'umiltà e questo basta a farci interrogare in modo quotidiano e concretissimo. Essa costituisce un elemento positivo, nel rapporto con sé e con gli altri?

Il primo dubbio è cosa rappresenti il suo opposto: l’arroganza, la prepotenza e la supponenza. Il contrario di umiltà è l’atteggiamento spocchioso di chi ritiene di non avere mai nulla da imparare, si vanta di “essersi fatto da sé” ed ha, in buona sostanza, un unico punto di riferimento: se stesso. Questo fondamentale egocentrismo lo porta a rapportarsi solo con se stesso e le proprie possibilità, scartando categoricamente l’ipotesi di potersi confrontare, proficuamente, con le abilità altrui e che possa da queste apprendere qualcosa, e ottenendo un progresso delle proprie capacità, a vantaggio di sé e anche degli altri. L’umiltà è quella che riscontriamo quando incontriamo un atteggiamento disponibile, propositivo ed accogliente nei nostri confronti, indipendentemente da chi siamo, dalle nostre disponibilità economiche, dalla nostra abilità, dalla nostra situazione socio-economica. Riceviamo uno sguardo che ci conferisce valore, per un unico motivo: siamo. Siamo persone, portatrici di valore in quanto tali e leggiamo in quello sguardo la convinzione che, nel confronto schietto e sincero, sia possibile uno scambio capace di donare qualcosa ad entrambe le parti in causa.
Doveroso si rivela, a questo punto, affrontare lo spinoso argomento della “falsa umiltà”. Qualche volta la si mette in campo per risultare ben accetti all’interlocutore. Inutile dire che, a lungo andare, questa posticcia sostituzione si dimostra ridicola e anche fastidiosa, perché solo l’autenticità è capace di trasmettere quel senso di accoglienza che nessuna recita potrebbe mai comunicare. Partendo dal presupposto che “a tutti piace piacere”, perché voler fingere l’umiltà se non come ultima carta da giocare nel tentativo di risultare gradevoli, senza però affrontare quella “fatica” e quel dominio di sé, che, invece l’umiltà richiede? Avere a che fare con una persona umile, lo dice l’esperienza, è piacevole: ci fa sentire a posto, a nostro agio, apprendiamo qualcosa di nuovo con naturalezza e, spesso, divertendoci. Quando avvengono colloqui di questo tipo ne risultiamo appagati e soddisfatti. La nostra autostima non ha risentito dell’incontro, anche se abbiamo incontrato un massimo esperto di un dato campo della conoscenza, perché non ha scelto di usare né il sapere né l'arroganza come strumenti di sopraffazione nei nostri confronti. Abbiamo avuto un’occasione unica per imparare, senza però, essere sviliti da una persona dotata di conoscenze maggiori delle nostre. C’è però un problema non da poco. L’umiltà richiede di sconfiggere l’orgoglio, che pretende di avere sempre ragione. C’è sempre una piccola (o grande!) lotta interiore da vincere, per raggiungere non magari l’umiltà, ma - quanto meno - riuscire a comportarsi, in modo umile. Accorgendosi, il più delle volte, questa scelta si rivela vincente ed efficace. L’umiltà costa senz’altro fatica, ma ci consente anche di avvicinarci sempre di più a quell’ideale di perfezione a cui, consciamente o inconsciamente, tutti aneliamo.