Dentro il Carisma...


 
L'ALFABETO DI PADRE MÉDAILLE:
 
HUMILITAS
 
 
 
 
 
Certo, non è stato facile trovare una parolina che iniziasse con la lettera H, ma è ancora più difficile ignorare la persistente presenza dell’umiltà nei testi di padre Médaille.
Essa viene ripresa con ritmo costante, quasi come il respiro delle pagine che leggiamo. Trovato pertanto l’escamotage di scriverla ricorrendo alla lingua latina, le andiamo incontro proprio utilizzando la tecnica semantica.
“Humilitas” ha la sua radice in “humus”, terra e terreno fertile, terreno particolarmente adatto alla crescita della vegetazione. L’umiltà si colloca in basso, molto in basso. Solo così essa diventa terreno fertile al crescere delle altre virtù. Padre Médaille la cita nella Lettera Eucaristica, inserendola nella triade che conosciamo bene: “piccolezza, umiltà annientamento” (10). Essa diventa aggettivo se si accompagna con l’obbedienza, che diventa in tal caso “l’umilissima obbedienza” (24). La stessa congregazione è posta da padre Médaille in questo terreno: “Per non dilungarmi troppo nella spiegazione di quello che penso” - dunque per dirla in breve - “la nostra cara istituzione deve essere tutta umiltà”.
 E poi, quasi non riuscendo a trovare un sinonimo insiste e ripete nella stessa frase: “…e fare professione in ogni cosa di prediligere e scegliere ciò che è più umile; è proprio in questo che si manifesta la più piccola, la più profonda, la più annientata umiltà” (Lettera Eucaristica 34). Non poteva scavare di più!
Padre Médaille afferma tutto questo per una ragione molto semplice: perché Dio è Umile, “nulla di più umile del nostro caro Gesù in questo mistero” (L’Eucaristia).
Le Massime dell’Istituto sono delle zolle di umiltà.  Potremmo leggerle tutte in questa chiave e non sbaglieremmo mai di prospettiva. Un capitolo intero delle Massime di Perfezione (III) è dedicato all’umiltà. La casa non sta in piedi se non si scavano profonde fondamenta; la pianticella non può germinare se non ha “radice in se stessa”. (Marco 4,17) L’umiltà nasce dal contatto con un Dio umile. L’amore è sempre umile; se perde questa caratteristica si svuota, si snatura. L’umiltà è ciò che attira lo sguardo di Dio, ci dicono Maria e Giuseppe. “Umiliò se stesso” ci dice Paolo nel suo inno ai Filippesi. (Filippesi 2, 6-11). I tre voti, emessi dalle suore al termine del loro Noviziato erano “seguiti dalla promessa di professare in tutto e ovunque la più profonda umiltà e la più cordiale carità..:” (Costituzioni 35). Le anime del Piccolo Disegno diventano in tal modo dei giardini, degli spazi di terreno buono, sgombrato da sassi e inutili sterpaglie, dove la carità può crescere sotto lo sguardo di Dio. L’umiltà non è infatti fine a sé stessa, mortificazione della personalità, amputazione di ogni qualità o talento. Essa è condizione di ogni successiva e possibile fioritura, e requisito perché questa avvenga senza danno per la pianta stessa.
Non ci appaia come un inutile ammonimento: sullo stesso terreno possono crescere grano e zizzania; piante che danno frutti buoni oppure fichi sterili, solo compiaciuti del loro fogliame ma del tutto inutili per chi allunga tra i rami la sua mano in cerca di un piccolo dono. “E subito quel fico si seccò” (Matteo 21, 19 ). “La piccolissima umiltà” (Massima 61) lo avrebbe salvato!