Arte & Liturgia


 
SULLA CITTÀ
 
Chagall (1918)
 
Faceva un gran caldo a Parigi, a Londra, a Roma. Insomma, era una giornata d’estate qualunque. Dappertutto tranne che a Vitebesk, parte dell’Impero dello Zar, dove passava il confine orientale dell’impero in cui dal 1791, per graziosa concessione di Caterina II, Autocrate di tutte le Russie, era consentito risiedere agli ebrei. Un’area di cui Vitebsk era una delle piccole capitali. Aveva quasi settantamila abitanti, e nelle sue strade si parlava più jiddish che russo. Nella zona speciale di residenza, gli ebrei sono una minoranza. Abitano villaggi o piccole cittadine chiamate shtetl (del tedesco dialettale Städtel) e hanno rapporti complessi con la maggioranza cristiana che vive nei dintorni. A volte buoni, più spesso di semplice reciproca tolleranza. Il 7 luglio del 1887 nasce Moishe Segal; “Io sono nato morto”, dirà poi, quando sarà diventato March Chagall, uno dei più grandi maestri delle pittura del ventesimo secolo. Per lui la fede non è fatta solo di studio e preghiera, ma accompagna ogni momento della vita e si esprime anche nella gioia delle danze e dei canti.
E poesia dipinta è questo quadro. E’ tra i più celebri di Chagall, ma forse non è davvero un suo capolavoro. Sulla città, è un quadro fatto di speranza, prima che di memoria; che guarda al futuro prima che al passato. E’ del 1918, e Vitebsk, nella realtà, è come lì sulla tela. A Vitebsk ha sposato Bella Rosenfeld, il suo grande amore. E’ lei che nel quadro tiene tra le braccia. Sono loro due, quelli che stanno volando nel cielo della città, un po’ nuotando nell’aria, un po’ lasciandosi andare al vento dei sogni. E’ solo per lei, per sposarla, che è tornato da Parigi, nel 1914. Un momento sbagliato. Mentre stava ancora tentando di convincere i futuri suoceri, ricchi commercianti di gioielli, dei propri buoni propositi e della solidità della posizione che aveva raggiunto, era scoppiata la Prima Guerra Mondiale e non era più potuto ripartire.
Da Parigi, ad ogni modo, qualcosa s’era portato dietro, e lo possiamo vedere in tele come questa in cui ci lascia a contemplare quel cielo, lattiginoso com’è quello della grande pianura quando è gravido di neve, le case di quella Vitebsk che non c’è più.
Ognuno di noi, specie se non si è più giovani, se ne porta dentro una. Un posto speciale, che magari non è stato distrutto, ma che è comunque tanto cambiato da essere divento altro; in cui si può andare di nuovo, ma a cui non si può davvero ritornare. Non ci resta che ammirare il volo di Bella e di Marc.  State sorridendo? Spero di sì; spero stiate ricordando quei momenti, quegli istanti di magia, in cui avete volato abbracciati a qualcuno. Spero ci siano stati; spero che vi siano capitati e che vi capitino ancora.