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LA FIERA DELLE PAROLE
 
 
 
 
 
 
In alcuni paesi a vocazione pastorizia, in queste settimane si assiste al ritorno delle greggi a valle, dopo l’estate trascorsa in alpeggio. Si organizzano anche fiere, là dove la  tradizione agricola è ancora viva e vivace. Si danno appuntamento i venditori e i compratori di bestiame, anche di altri prodotti, e tutto è legato a qualche ricorrenza liturgica: “La fiera di san Matteo, la fiera di santa Caterina”. E’ dunque, una festa dell'intero paese: gioia per i bambini, liturgia d'incontro per l'adulto, narrazioni di partenze, di nuovi approdi. Alla fiera qualcuno compra, altri vendono, c'è gente che va in fiera perché ha qualcosa di bello, di buono da presentare. Modestia a parte, l'essere convinti d'avere qualcosa da spartire con gli umani, per taluni è una forma di servizio, una sorta di educazione civica, complemento d'identità. Contemporaneamente, in altre città si inaugura la “Fiera delle parole” un evento culturale. A colpirci è l'abbinamento della parola “fiera” – luogo d'incontro, di scambio, di condivisione – con la nobiltà del termine “parola”, arnesi per narrare la vita, miscuglio di pensieri, di agguati letterari. La Fiera delle parole non è la fiera delle chiacchiere: le prime sono capaci di risvegliare, provocando; le seconde, nella loro prevedibilità, tendono a far appisolare il pensiero, la curiosità, la ricerca. Che la persona più umile e dimessa, fin quasi canzonata, possa diventare la protagonista di un romanzo da batticuore, l'esca di un trattato di teologia, la trama di un componimento in versi, dipende dalla capacità dell’artista di usare bene le parole, di dare voce ai sentimenti, ai moti dell'anima della gente.  E’ dello scrittore cercare di penetrare l'evento per prestare la voce ai soggetti protagonisti. È il regno della poesia, dove la parola “poesia” è l'arnese migliore per ritrarre il lato intimo della cronaca, per cucirci la vita addosso, per fare in modo che un fatto accaduto non divenga illeggibile come un codice fiscale, ma abbia i connotati di un pentagramma: note dolci, solenni, acute, gravi. Note, non cifre. Se uno scrittore è bravo, le parole che usa diventano celebrazione della quotidianità, colta nella rudezza che le è propria. Persino quando scrive romanzi può descrivere la vita, rendere protagonisti degli adolescenti, delle madri scavate dall'apprensione, degli  adulti, gli operai, i bambini. Raccontare, dopo averle incontrate e fatte sue, storie di gente feriale colte, come direbbe il buon Manzoni, nel “guazzabuglio” del loro cuore. La sua non è cronaca-chiacchiericcio: è parola-poetica. Non esiste storia che sia meno degna di essere raccontata rispetto ad un'altra. I cuori dei personaggi abitano sempre l'attesa: da un attimo all'altro, un senso potrebbe ficcarsi dentro, illuminando quella loro storia. Ogni giorno ognuno di noi, assiste alla “Fiera delle parole o delle chiacchiere”, sui giornali, sulle riviste, sui blog. Abbiamo tutti urgenza di parole che dicano l'interiorità del gesto, che ci parlino con verità. Non ci attendiamo soluzioni, non esistono soluzioni alla vita. Esistono sentimenti da scrutare: diventeranno soluzioni.