Dentro il Carisma...


 
L'ALFABETO DI PADRE MÉDAILLE:
 
VIRTÙ
 
 
 
 
 
 
 
Se parlare di virtù è oggi una impresa, parlare di “alta virtù” è quasi impossibile. Una sorta di pregiudizio ci scoraggia fin dal principio, perché il volto della virtù ci sembra contratto, melanconico, grinzoso. Ci possiamo giustamente chiedere come mai Le cento Massime dell’alta virtù, affettuosamente conservate e vissute da generazioni di suore di San Giuseppe, e che secondo padre Médaille contengono “lo spirito del loro Piccolo Istituto”, sono ancora attuali. Padre Médaille sapeva che le virtù sono molteplici e l’anima devota poteva correre due rischi: cadere nella dispersione o nel formalismo. La virtù è plurale: la volontà può fissarsi su una e dimenticare le altre, o può cadere in una osservanza senza cuore e senza anima. Egli privilegiò dunque la “grande virtù” come qualità umana fondamentale alla quale tutte le altre comunicano e nella quale si unificano. Possiamo constatare con sorpresa che egli menziona raramente la prudenza (Massima 67, 100) e la giustizia (64). In quanto alla temperanza, basti dire che occorre “sottomettere tutto alla ragione e alla virtù” (36). Per contro la fortezza (coraggio, generosità, costanza, perseveranza) ha un posto di rilievo: colui che scrive è un uomo di azione. Ma questo coraggio non è “performance”: quest’uomo aggancia il coraggio a dei fini sublimi, all’umiltà e alla fiducia in Dio e nella sua Provvidenza, la modella su Cristo ed ecco apparire una gamma molto vasta di virtù o “capacità”. Quando parla alle suore sembra privilegiare l’obbedienza, la libertà interiore, il loro amore per Dio che le muove a “vincere le inclinazioni imperfette della natura” (93), e che è “la vita di tutte le grandi virtù” (Costituzioni, 63).
La deriva del formalismo è evitata da padre Médaille ricorrendo alle virtù teologali che sviluppano nell’anima la relazione di amore con Dio. La fede, la speranza e la carità, conducono la virtù al di là della soglia del formalismo, e consentono a Dio di deporre nella persona i suoi doni. La giustizia diventa umiltà davanti a Dio e agli altri, la prudenza diventa saggezza nella fedeltà alla grazia, la temperanza diventa dolcezza nei confronti di sé, degli altri, delle cose. La fortezza diventa disponibilità e abbandono nelle più disparate situazioni della vita. L’essere intero è mobilitato – senza inquietudine – per il regno di Dio, che cresce nell’oscurità della storia e che pertanto già si annuncia. Siamo immersi nella virtù alta, perché elevata dal dono di Dio ricevuto nel battesimo, e che dimorando in noi giorno dopo giorno ci trasforma nel “corso ordinario della vita””, attraverso i “movimenti della grazia” e la nostra collaborazione. Ma siamo anche messe in guardia dal dare qualche importanza alle “apparenze di virtù” che possiamo riscontrare in noi (87). Dunque la virtù è l’altro nome di una profonda vita evangelica, un modo di essere, perché la virtù prende un volto - il nostro - quando viene alla luce nella parola, nel comportamento, quando viene ad occupare tanti aspetti della nostra vita. Allora tutte le virtù, soprattutto le piccole, diventano importanti. Non ci è chiesto tutti i giorni di essere magnanimi chissà come, ma sempre ci è chiesto di essere sinceri, modesti, semplici, cordiali.   Parole apparentemente senza rilievo, ma di notevole impatto esistenziale. “Le amabili virtù di Gesù che dovete formare in voi” (Massima(7) rimangono una eredità incancellabile per le suore di san Giuseppe, ma sicuramente costituiscono una sfida anche  per i nostri contemporanei che la chiamano: “educazione ai valori”, e la pongono come “questione etica”.