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FRANCESCO D'ASSISI
 
 
 
 
 
 
Si chiamava Francesco, più noto per noi con quel cognome che ne colloca l’origine: d’Assisi. Aveva un coraggio infiammabile e all’inizio impugnò armi, nel sogno di diventare cavaliere:  la gioventù ha attraversato spesso l’esperienza di battersi per vivere o morire. Le guerre, da sempre nemiche delle madri e delle spose, davano al genere maschile un tempo per conoscersi sul campo di battaglia, per sapere di sé notizie di viltà o di valore. Oggi non più: le guerre moderne fanno comode stragi di civili indifesi, più che di combattenti. Chi spara tra le case commette crimini, più che azioni militari.
Conobbe prigionia, ma non bastò a distoglierlo dai campi di battaglia. Fu invece una febbre a sbalzarlo di sella, dandogli un’altra visione di se stesso.
Si ritirò in disparte, si fece muratore a riparare luoghi sacri dismessi. Si riconobbe nel verso di Isaia (58,12): “Ti chiameranno riparatore di breccia, colui che restaura sentieri per abitare”.
Il resto è risaputo: scrisse la formula di una vita rinnovata, una regola da abbracciare più che da seguire. Suscitò il sentimento dell’ammirazione, che è più saldo dell’amore e commuove al punto di tentare ogni mezzo per fare come lui. L’ammirazione costringe a trasformarsi: non per possedere la persona ammirata, ma per esserne all’altezza.
Inaugurò gesti rimasti impressi nelle generazioni: la messinscena della natività, ridotta poi a formato di presepe. Si dice che ammansì un lupo, ma con molto più rischio gli riuscì di ammansire gli uomini. Da cieco dettò “Il cantico di frate sole”, omaggio alla maggiore forza di natura. Dal buio della sua privazione fece squillare il suo ringraziamento, che fu anche il primo testo di letteratura italiana. Da morto cambiò posto varie volte. Da vivo obbedì all’autorità religiosa, ma pure al comandamento personale di convertire a nuova regola gli scoraggiati.
Altri suoi contemporanei tentarono riforme forzando i tempi e i modi, inguaiandosi con eresie e scomuniche. Lui riuscì a trasformare gli animi e gli intenti senza spettinare il suo vescovo. Questa virtù politica fu opera degna delle altre. L’esperienza delle armi e il successivo ripudio di quegli attrezzi gli aveva inculcato la più invincibile mansuetudine.