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OTTANTA PER I PIÙ ROBUSTI
 
 
 
 
 
 
 
Una ricerca del Pew Research Center sulla base delle proiezioni dei demografi dell’ONU annuncia il sorpasso a livello mondiale degli ultra 65enni rispetto ai bambini da 0 a 4 anni.  In prospettiva, nel 2100, i bimbi saranno 650 milioni, mentre gli anziani saranno 2,5 miliardi. Gli ultracentenari dagli attuali 451.000 cresceranno nel 2050 a 3.676.000. Oltre la metà sarà concentrata fra Cina, Giappone, Stati Uniti, Italia e India. Si possono aggiungere due riflessioni. La prima riguarda il caso italiano che ha visto nel 2015 un forte aumento delle morti, soprattutto anziane. La seconda richiama le parole dell’esortazione apostolica Amoris lætitia relative all’ultima stagione della vita. Per l’anno trascorso le cifre dei decessi (non ancora confermate) arriveranno a 666.000 con un aumento di 68.000. Una crescita anomala, visto che se ne prevedevano 16.000. Un aumento che ha destato sorpresa perché è simile a quanto successo durante la prima e la seconda guerra mondiale, con picchi maggiori fra gennaio e marzo e fra luglio e agosto. Le spiegazioni ipotizzate sono relative al minor ricorso alla vaccinazione antiinfluenzale, a una prassi ospedaliera che privilegia le cure palliative all’accanimento terapeutico, al venire meno delle reti familiari estese che meglio garantiscono gli anziani. I medici più attenti delle residenze assistite e dei reparti geriatrici sottolineano la maggiore fragilità degli anziani che non hanno relazioni amicali o familiari. L’Italia è, dopo il Giappone, il paese più vecchio dentro l’Unione Europea. Se non vi è un’inversione di tendenza, nel 2050 ci sarà un crollo della popolazione lavorativa, la forza di lavoro potenziale sarà del tutto insufficiente per reggere l’economia e lo stato sociale, in un momento in cui i figli degli immigrati supereranno quelli degli autoctoni: la popolazione con meno di 65 anni si ridurrà di 6,5 milioni e quella oltre i 65 aumenterà di 8,2 milioni. Ma già ora, “una società che non mette più al mondo figli è una società stanca, sfiduciata, incapace di pensare il proprio futuro. Non può essere generativa una società nella quale non si riesce o non si vuole più essere “genitori”.  “Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 71,9). È il grido dell’anziano che teme l’oblio e il disprezzo”: così commenta l’esortazione Amoris lætitia la presenza dell’anziano nella famiglia. “Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della comunità. Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Perciò come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani” (n. 191). “Le loro parole, le loro carezze o la loro sola presenza aiutano i bambini a riconoscere che la storia non inizia con loro, che sono eredi di un lungo cammino e che bisogna rispettare il retroterra che ci precede” (n. 192). La cura degli anziani alimenta la memoria storica collettiva e “fa la differenza di una civiltà”.