Dentro il Carisma...


 
DIO, MIO RIFUGIO
 
 
 
 
 
 
“Siate coraggiose nell’intraprendere quanto Dio desidera da voi, costanti nel portare avanti le vostre iniziative, non abbandonandole mai, qualsiasi difficoltà si presenti e qualsiasi ostacolo vi si opponga,  ameno che non siate ridotte a un’assoluta impossibilità di poterli superare” (Massime Istituto, 66)
 
L’interrogativo che ognuno di noi si pone nell’ora della prova, quando incontra delle difficoltà (“qualsiasi difficoltà”), oppure continui ostacoli a causa del Vangelo, riceve una risposta da questa Massima. Mantenere i propri propositi di bene, non lasciarsi scoraggiare, essere “costanti nel portare avanti le vostre iniziative”…  La voce di Padre Médaille raggiunge le orecchie della nostra paura più nascosta. Cosa c’è di peggio che amare e non essere ricambiati, restare fedeli e venire traditi, offrire un sorriso e ricevere indifferenza?
 
«Si rende forse male per bene?  Hanno scavato per me una fossa» (Ger 18,20)
 
Anche il Signore Gesù, osservando l’ostilità crescere attorno a sé, si accorge che le nubi si addensano lungo la sua strada. Ha cercato di parlare in favore della gente, soprattutto dei poveri e dei piccoli, ha rivelato la misericordia del Padre, provando a cancellare ogni residuo sospetto di un Dio pieno d’ira e assetato di vendetta nei confronti dell’uomo. Eppure alla fine Gesù è costretto a riconoscere che l’odio sta per sferrare il suo colpo micidiale e condivide questi pensieri con i discepoli per rivelare a loro — e a noi — fino a che punto il bene non deve temere il male: “Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire, morire, ma il terzo giorno risorgerà”. Ridotto “a un’assoluta impossibilità di poter superare” la prova, non perde la fiducia. Il mistero del rifiuto e della persecuzione non sta scritto solo nei testi sacri, ma nelle cronache di vita quotidiana. Lo sperimentiamo nelle vicende familiari, negli ambienti di lavoro, nelle relazioni che portiamo avanti spesso tra incomprensioni e sofferenze. Ma, quando  il cuore si congela e paralizza, scivoliamo nell’inganno di credere che per sfuggire a questo tragico epilogo sia necessario cercare di salire e conquistare un posto dove poter vivere tranquilli, al riparo da traumi e infortuni.  Finché viviamo non potremo aspirare a posizioni che ci regalino l’illusione di essere inattaccabili, protetti dal rischio di essere colpiti, feriti e uccisi. Solo una vita compresa in relazione agli altri ci salva, ci rende “coraggiose”. Poter dire “noi” mentre si sperimenta un grande dolore personale — come ha fatto Gesù — è il segno di una conversione a Dio come Padre e all’umanità come corpo di cui siamo partecipi. In questo misterioso corpo si è al sicuro non quando non piove, ma quando risplende il sole del servizio, quando compiamo “ciò che Dio desidera da noi”, vero rifugio e riparo da ogni incomprensione, difficoltà, solitudine.