New


 
RICORDARSI DI NON VIVERE INVANO
 
 
 
 
 
 
 
Novembre è mese di consolazione e d'inquietudine: nessuno, dei dodici a disposizione, è capace di far convivere assieme le due estremità in due giorni strettamente legati tra di loro: il giorno di tutti i santi e il giorno della commemorazione dei defunti. Così saldati, quasi fusi tra loro, fino a confonderli. S'annuncia così il mese che più di altri ricorda l'avventura dell'esistenza: la santità, ovvero una vita vissuta con così grandi gesta quotidiane d'aver guadagnato l'eternità, e la morte, il limite col quale ognuno dovrà scontrarsi, sapendosi mortale e, dunque, uomo, non Dio. Accade questo, con la morte: se la nostra vita è stata un'interminabile analisi – di gesta, di pensieri, d'azioni più o meno grandiose – la morte s'incarica di fare la sintesi della nostra esistenza. Ciò che rimarrà di noi, sarà ciò che siamo stati davvero. S'inizia il mese varcando la soglia del camposanto. E’ un gesto che allena la memoria: nella stagione in cui l'urgenza è sapere dove vogliamo arrivare, il cimitero è promemoria dell'altra urgenza: del sapere bene dove stanno le nostre radici. Da dove arriviamo, per poi andare verso dove vogliamo indirizzare la nostra destinazione. Della stagione delle nostre scuole elementari – forse la stagione in cui il sapere ha più indici di sapore di tutti gli anni – ricordiamo la visita d'istruzione che si faceva nei giorni prossimi ai “morti”: si partiva da casa e si andava a visitare il cimitero. Mai nessuno, tra tutti i nostri genitori, ha fatto barricate contro quella sorta di gita fuori porta in quel luogo nel quale non abitano i morti ma sopravvive la memoria di loro, di chi sono stati per noi.  Quale monito? “Prima di tutto ricordatevi che i cimiteri sono pieni di gente che si pensava necessaria. Il mondo è andato avanti anche senza di loro”. Una frase che fa sorridere, ma nella quale è deposta la lezione più bella: vivere come se tutto dipendesse da noi e, al tempo stesso, vivere sapendo che nulla dipende minimamente da noi. È il fascino del saperci mortali, impotenti. Limitati da questo limite che chiamiamo “morte”. È grazie a questo limite, però, che possiamo sentirci vivi: calcolandolo, affrontandolo, cucito addosso. La memoria della morte, il 2 novembre, subito dopo l'esaltazione massima della vita, la solennità di tutti i santi, l'1 novembre. Cos'è, dunque, la santità se non l'essere stati così saggi da calcolare la morte e aver vissuto ogni singolo giorno come fosse stato l'ultimo giorno della propria vita? È per questo che la mattina ci s'inginocchia di fronte ai santi e poi, nel pomeriggio, si varca la porta del cimitero. È come per le scalate vertiginose, quelle verticali: prima ci si imbraga, poi s'inizia ad arrampicare. Rovesciare le gesta, è firmare la propria condanna. In cimitero, dunque, solo dopo aver conosciuto le storie di chi ce l'ha fatta a vivere in maniera così densa da far apparire la morte l'avversaria più augurabile per non rischiare di vivere invano. Morire, infatti, è tremendo: pur Dio, Cristo fece alzare un grido sulla croce. Tremendo è morire – scriveva Fromm - ma l'idea di morire senza aver vissuto è insopportabile. In ogni luogo, il cimitero è una visita d'istruzione.