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LA PAURA DI RESTARE SOLI
 
 
 
 
 
 
Un giovane ha scritto sulla sua bacheca FB che nascere è una lotteria: ammesso che lo sia, rimane pur sempre una lotteria inedita che ci chiede di diventare giocatori raffinati ed eleganti.
Molti genitori, sgomenti di fronte ai propri figli, hanno iniziato ad urlare la rabbia, a denunciare l'indifferenza, ad unire voci, per trovare qualcuno che accetti la sfida di scendere dentro l'abisso della giovinezza. Tante sono le paure che attanagliano la giovinezza, ma quella di rimanere soli non tiene paragoni, rimane la regina delle paure. Rimanere soli ed essere insignificanti dentro ad un mondo che sovente tratta i giovani da clandestini, dando loro il “benvenuto” in nessun luogo, facendoli sentire stranieri tra le mura di casa. La giovinezza è una difficile età, un mare di dubbi nel quale solo la letteratura assicura che il naufragare sia dolce: la paura di non farcela, di non essere accettato, di affrontare la vita, la paura di non essere nessuno, i problemi legati alla crescita, al cuore, ai sentimenti. E poi quei foruncoli di passaggio, qualche chilo di sovrappeso, quel paio di jeans sempre troppo stretti. E tuttavia abita proprio qui la bellezza del loro essere: nell'imperfezione di un corpo che lentamente matura al ritmo degli anni che passano, del corpo che cresce e dell'anima che stenta ad accendersi.
Già, l’anima: a scuola è cacciata, in casa spesso è clandestina, nel vociare di tanti è bandita, eppure in quella parolina ci sta un potenziale enorme: il coraggio dei sentimenti, il laboratorio delle scelte, la bacheca nella quale sta scritto quello che in nessun'altra parte si potrebbe scrivere, la nostra vera faccia.
Non è raro alzarsi alla mattina e sentire dal giornale radio che qualche giovane ha deciso di finirla con la vita e tanti a chiedersi “Perché? Aveva tutta una vita davanti”, con la voce di Eros Ramazzotti a fare da sottofondo: “S'inizia a morire nell'attimo in cui cala il fuoco di ogni passione”. Sotto i ponti, o tra i rottami di una macchina, o sulle panchine di un parco, troppe persone all’alba hanno visto solo un corpo a pezzi. Chissà quanti avranno scorto un'anima a pezzi: sola, in lotta col mondo, con la famiglia, con un Dio magari mai divenuto amico, con una prognosi che dura una vita. Non sapremo mai qual è stata la domanda alla quale quei ragazzi non hanno trovato risposta: forse era una domanda aperta, di quelle che fanno nascere altre domande. Perché solamente le domande insulse hanno le risposte definitive. Ma siccome la vita rimane sempre una domanda aperta alla quale più di qualcuno tenterà di dare una risposta. Invece di piangerci addosso è utile rimboccarci tutti le maniche, giovani, educatori, famiglie e tornare a sognare, a colorare i pensieri,  a immaginare il futuro, rinunciando a quelle promesse che somigliano molto alle scatole in cui si rinchiudono le pulci. E voi giovani aprite l'anima, invitate dentro i vostri educatori, organizzate la speranza. E il futuro sarà la proiezione di quello sguardo che nasce dall'interno.