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DALLA SCRITTURA A UN BIMBO
 
 
 
 
 
 
 
È Dio, in una manifestazione della propria libertà, a scegliere Israele. Israele non ha merito, non può ascriversi alcun prodigio particolare per cui essere preferito rispetto ad altri popolo. È - e rimane - una libera scelta di Dio la sua elezione e, tramite la voce dei profeti, Yahweh non perde occasione di ricordarglielo, ogni qualvolta la superbia si mette a far capolino. “Non tu, ma Io ti ho scelto”. Puntualizzazione resa magistralmente da tante nostre madri, con la celebre minaccia («Come ti ho fatto, ti disfo») che ricorre - e rincorre - a tutt’oggi i monelli per le strade di paese.
Tale concetto è reso, nella Bibbia, tramite un paragone “medico”. «Egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana.» (Gb 5, 17): sebbene la concezione divina veterotestamentaria non sia esattamente coincidente con quella che scaturisce dal Nuovo Testamento, vi è tuttavia la visione di un Dio “incapace di arrabbiarsi fino in fondo”. Pronto a correre in soccorso di Israele, come una madre accorre, di fronte al figlio in pericolo, nonostante l’abbia fatta infuriare fino al momento prima.
Eppure, non Gli basta. Dopo essersi nascosto tra le pieghe della “Parola incartata”, contenuta nelle Sacre Scritture, Dio decide di nascondersi tra le pieghe della storia dell’uomo.  È l’avvento della Parola Incarnata e della Rivoluzione del Cristianesimo.
In una notte di stelle e di gelo, ammantata di chiarore l’oscurità, avviene uno squarcio nella routine del tempio. Il Dio il cui volto era rimasto inconoscibile, il cui nome era impronunciabile, diviene un bambino da prendere in braccio. Due occhi da incrociare con lo sguardo, due manine da accarezzare, un corpo fragile da accudire e far crescere, nel grembo di una donna, che, con lui, nasce alla maternità (divina). Parola di Dio - divenuta carne, sangue, ossa, muscoli e visceri - quel viso paffuto di bimbo che fa capolino dalle braccia della giovane sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide, come sancisce il censimento. Cristo è non solo il Messia atteso dagli ebrei, ma si è fatto “speranza di tutte le genti”. Se c’è una cosa che accomuna il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento è proprio la fedeltà. A fronte delle nostre “fughe”, della nostra incomprensione, di tutte le nostre paure, Lui rimane inamovibile nella Sua fede in ciascuno di noi. Noi “valiamo la pena” di tutto il dipanarsi della  storia della salvezza. Dio sceglie di spendersi per noi e ci viene a cercare, “nonostante tutto”, «come chi solleva un bimbo alla sua guancia» (Os 11,4) perché si rende conto che, nonostante il susseguirsi dei nostri dinieghi, riusciamo solo nell’impresa di acuire la nostra infelicità. E, nel venirci incontro, per compiere il suo disegno di salvezza, si serve di una ragazza di una borgata della Galilea, periferica provincia del potente impero romano, a cui l’umanità, oggi, conserva un debito di gratitudine per quel “sì” impegnativo che ha cambiato la Storia.
Dalla Scrittura ad un bimbo: Dio ci viene incontro.