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FARE IL PRESEPIO
 
 
 
 
 
 
Ogni anno ritorna e senza mai perdere il suo primo fascino.
Fare il presepio significa accogliere, dentro una festa di muschi e stelline, il Dio Bambino che richiama  la stagione della nostra giovinezza, il paese dal quale ciascuno proviene. Il primo presepe fu una scenografia succinta, disadorna, tramandata da Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima”: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà» Si era, allora, a Greccio, dicembre 1223. Il primo presepio porta ancor oggi l'intuizione di Francesco, l'uomo delle cose-belle che, con molta modestia, decise in cuor suo di scegliere nient'altro che la Bellezza come compagna delle sue peripezie. Una Presenza che, quella notte, divenne gusto, il gusto di Dio: rievocò «il Bambino di Betlemme, e ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare tutta la dolcezza di quelle parole». Molto più che un dettaglio: quasi segreto, più che confidenza, anticipo di santità: «Lui stesso assaporò una consolazione mai gustata prima». Da allora, ciò che era suo divenne di tutti. Duplicarono i presepi, affinarono i gusti, c'era Dio da custodire: «Il Verbo si fece carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14). Ogni presepio è gemellato con Greccio.
All'apparente disinteresse verso Dio e i suoi misteri, s'è agganciato all'intuito del fraticello d'Assisi: coinvolgere Cristo nella vita feriale della sua gente. Detto e fatto: casoni, mercanzie, greggi e armenti, oche e fabbri, sterco, spezie. E' il suo corso di catechismo annuale, che avviene usando il linguaggio dei bambini. Francesco nel suo tempo ha preso la mano della sua gente e l'ha portata a spasso per il mistero natalizio; poi ha preso Dio e l'ha portato a spasso tra le strade della sua parrocchia.
Al forestiero cortese che gli dedica anche solo un cenno d'attenzione, il presepe fa dono di mille rimborsi: il suono ferroso del fabbro, quello goffo e legnoso del calzolaio, la voce burrascosa dell'acqua e quella silente e maestosa delle nenie monastiche e abbaziali. Suoni, anche voci: la voce riprovevole della maestra, lo starnazzare delle oche, il belato delle pecore, la voce orante e ruspante di chi baratta pezzi d'autore, lo schiamazzo di chi gioca a palla nel cortile. Suoni e voci, anche immagini: la casa scarna d'un tempo che è divenuto una memoria, l'ortolano di mercato, il soldato in rigorosa divisa, la donna delle candele e quella delle spezie. Odori tutt'intorno: di cera, di muffa, di pane.
Di Vangelo.