Arte & Liturgia


 
CI VUOLE ORECCHIO, PER GESÙ
 
«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». (Mc 9,2-10)
 
Di per sé la scena della Trasfigurazione non è affollata, quindi dovrebbe essere un tema semplice per gli artisti: Gesù, Mosè ed Elia, più Pietro, Giacomo e Giovanni, sistemabili nell’opera in modo più o meno simmetrico.  Poi ci sarebbe pure il paesaggio e benché qualcuno ne faccia a meno, resta comunque significativo. Non tanto per decidere se sia meglio far poggiare a terra i piedi di Cristo-Mosè-Elia o farli librare nella luce, quanto per sottolineare l’importanza dell’uscire dalla città e del rientrare in essa. Il nodo vero, tuttavia, resta la rappresentazione del momento-chiave, quando Gesù appare in gloria. Reso da Marco – a parole – in maniera strepitosa e insieme popolare, usando ogni risorsa verbale per superare il superlativo assoluto nella descrizione delle vesti del Signore: «splendenti, bianchissime; nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche».  L’artista, però, lavora in un altro campo, nel quale l’immagine potenzia quella luce incredibile mostrando l’effetto che fa sui tre apostoli chiamati ad assistere. Le posture non sono simili: Pietro viene dipinto come quello che più di tutti volge gli occhi alla scena; Giovanni, invece, sembra provare a guardare, senza riuscirvi; e Giacomo viene rappresentato come il più scosso dalle parole del Padre sul Figlio, «Ascoltate lui.  Del mosaico di Betlemme si è salvato proprio Giacomo, il meno associato – dei tre – al vedere, il più incline all’ascoltare. Oltre alla gamba scoperta a segnalarne la destabilizzazione, l’apostolo ha il volto serio di chi capisce come l’ascolto sia impegnativo. Per fortuna i colori del paesaggio sono rasserenanti, a conferma del «che bello essere qui» detto da Pietro: cioè del fatto che lo sconvolgimento viene dalla bellezza. Non da un sentirsi in soggezione, ma dal fascino – unito al timore – della vita nuova verso cui si sente d’essere in cammino.