Arte & Liturgia


 
RIGENERARSI NELLA LUCE
 
NICODEMO DI NOTTE DA GESÙ
(Henry Ossawa Tanner, 1899)
 
La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie». Gv 3,14-21
 
Se l’incontro tra Gesù e Nicodemo viene immaginato su una terrazza, anziché in un interno, è per rendere presente la notte. Guai se non fosse stata invitata anche lei, la creatura dall’«unico nome» (al contrario dei giorni che «vengono distinti fra loro», ha osservato Elias Canetti): la sua assenza toglierebbe efficacia al discorso di Gesù sul venire alla luce. Sarà stato Nicodemo a chiedere di vedersi a quell’ora, che lo fa sentire a suo agio: la notte consente di non esporsi troppo, il che, se aiuta a non lasciarsi individuare, non aiuta a decidere quale forma avere. Per questo Gesù scuote l’anziano maestro e, pur apprezzando la sua voglia di capire, lo invita a nascere di nuovo, a darsi una fisionomia chiara, a uscire dalla notte per far parte dei giorni. 
Nell’opera dell’artista afroamericano si avverte la presenza dei fari e faretti della città, tutti attraenti e tutti deboli, quasi a far venire nostalgia della potenza della luce diurna per la quale, però, come per il battesimo, occorre fare una scelta di vita. La luce rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. Il male si nasconde. Nella luce, non solo le opere del bene risaltano ma sono pure più nitidi i contorni e i colori della gioia. Va detto che, dal Redentore, Nicodemo si lascia redimere.  Tra non molto, infatti, prima dell’arresto di Gesù, lo difenderà, chiedendo per lui la possibilità d’essere ascoltato; poi, con Giuseppe di Arimatea, alla sepoltura del Signore, sarà presente con trenta chili di mirra e di aloe per onorarne il corpo. Bisogna trovare la voglia di uscire dalla miriade di luci notturne, per farsi illuminare da Dio e cercare il bene.