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UNA SEMPLICE VERITÀ EVANGELICA
 
 
 
 
 
 
 
Cinque anni di pontificato del papa chiamato dai suoi “fratelli cardinali” dalle periferie urbane del mondo. L’età avanzata alla quale è stato eletto papa Francesco fa sì che cinque anni siano molti paragonati alle aspettative: “Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve: quattro, cinque anni” aveva detto lui stesso. Quale continuità emerge dalle parole, dai gesti e dallo stile di papa Francesco nell’affrontare l’ampio spettro di speranze e preoccupazioni che abitano il cuore della Chiesa e del mondo nel terzo millennio? Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa, che va ben al di là di una rimodulazione del funzionamento della curia. Sulle labbra di Francesco abbiamo ascoltato le parole “Ecclesia semper reformanda”. La Chiesa è costantemente purificata dal Signore, ma è anche  una realtà umana annoverante peccatori nel suo grembo. Riforma, per Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore, cammino che non può esaurirsi in una riorganizzazione degli assetti ecclesiastici. Una riforma in capite et in membris, che eviti il rischio – paventato da p. Yves Congar settant’anni fa – di una “falsa riforma”, una riforma solo di facciata, e conduca invece a una Chiesa non mondana, una Chiesa che sappia opporre resistenza alle tentazioni del potere, della ricerca del successo, una Chiesa che sappia servire i poveri, una Chiesa che sia pellegrina nella carovana dell’umanità verso il regno di Dio. In questa prospettiva si coglie meglio anche un’altra tematica “trasversale” che Francesco indica alla Chiesa tutta: la sinodalità. È venuta l’ora per la Chiesa cattolica di intraprendere un cammino sinodale, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.  Secondo papa Francesco la sinodalità deve essere promossa a tutti i livelli, fino a diventare uno stile quotidiano e ad attuare nella vita ecclesiale il principio formulato nel medioevo cristiano: “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato”. Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione: non ci sono solo resistenze aperte, ma anche pigrizie, lentezze, paure per le responsabilità che anche il popolo di Dio deve assumere. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale non uniforme, una sinfonia delle differenze. E’ il volto di una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII, “preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”. Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora assuefatti a questa semplice, evangelica verità.