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UN GIORNALISTA CORAGGIOSO
 
 
 
 
 
«C'è un verso del salterio che mi ripeto spesso: “Vedi la mia povertà e la mia fatica e perdona tutti i miei peccati” (Sal 25,18). Non ha la faccia del profeta antimafia: dietro gli occhiali trasparenti c'è tutto lo sguardo timido di Paolo Borrometi, giornalista ragusano di trentatré anni, al quale la mafia l'ha giurata da tempo. Ha ancora una spalla e mezza: la metà che manca gliel'hanno fracassata a scopo di d'intimidazione: «Il 16 aprile 2014 vado in campagna per dare da mangiare al mio cane. Da dietro, due sagome nere mi tendono un agguato. Uno mi prende il braccio destro, me lo gira dietro la spalla: un dolore atroce, persino a descriverlo. L'altro mi colpisce le gambe facendomi cadere. Poi si divertono a calciarmi, entrambi. Prima di andarsene gli urlano: “Fatti i ***** tuoi. Capisti?”.  I trenta secondi più lunghi della mia vita. Il braccio, curato, è tornato quasi a funzionare. Quella frase, invece, mi martella in continuazione». Tre giorni per meditare sul da farsi, poi la decisione d'andare avanti. «La mia terra è babba, (stupida) come diciamo noi: maldestramente convinta d'essere immune da qualsiasi presenza mafiosa per il solo fatto di averne esorcizzato l'esistenza». Lo minacciano, lui insiste: pubblica, in estrema solitudine, la prima puntata sul boss di Scicli, quello che chiedeva il pizzo per ogni manifesto della campagna elettorale. «Sono tornato a vivere dai miei genitori. Un giorno mi bruciano la porta di casa. Mio padre rilancia: “Mai giù, sempre su”». «Ho detto più volte che la terra di Trinacria non può essere solo terra di eroi, lapidi e commemorazioni. Un popolo di cinque milioni di persone non può accettare d'essere schiavo di poco più di settemila mafiosi». L'unico dovere di un giornalista è scrivere ciò che vede: «Sono nato con la voglia di raccontare la mia terra. Se un giornalista non scrive la verità avrà la responsabilità sulla coscienza dei soprusi dei cittadini vittime del malaffare». Parole che segnano percorsi, prendendo posizione. Minacciato a più riprese, lo costringono ad abbandonare l'isola, vivendo sotto scorta: «La Sicilia è una terra straordinaria e disgraziata: la amo per questo. E' una terra nella quale la mafia come ha avuto un inizio avrà anche una fine». La mafia, però, non lo perde di vista, ovunque egli vada: «Falcone diceva che sono due i modi per uccidere l'uomo: fisicamente o con l'isolamento. Troppe volte la Sicilia ha isolato chi faceva il proprio lavoro, salvo piangerli quando non ci sono più». Non si rassegna, vanga i faldoni giudiziari, scava come un aratro nei dettagli più sottili. «Ho tante paure, non le nascondo. Quando qualcuno mi passa accanto, ancora oggi sobbalzo. La paura più forte, però, è l'isolamento: l'ho vissuto, è atroce». Paura che stringe alleanza altrove: «Ho la grande fortuna di avere avuto il dono della fede: tante lacrime le ho versate durante le mie preghiere fatte di notte. Percepivo che non erano lacrime vane, erano lacrime-asciugate». Non c'è paura, però, più forte di chi, nell'inferno, non smarrisce l'ardire del sogno: «Rendermi conto, un giorno, che ne sia valsa la pena».