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LA CLASSE DI NOAH
 
 
 
 
 
All’inizio di aprile, Beatrice Inguì, 15 anni, si butta sotto un treno, nella stazione di Torino, probabilmente perché vessata oltre misura dal bullismo di chi vedeva in lei solo il suo aspetto; nei giorni scorsi, a Napoli, invece, Giada De Filippo, venticinquenne, si getta da un terrazzo dell’università Federico II, nel giorno in cui aveva detto che avrebbe discusso la tesi di laurea in Farmacia (in realtà, pare non avesse dato alcun esame). Bullismo, violenza, suicidi. Pare non ci sia pace, per le nostre scuole. A tutte le età.
La grande tentazione è pensare che il vuoto di senso stiano, a poco a poco, ingoiando il mondo intero, togliendogli la linfa vitale che ci consenta di dargli un senso. Poi, però, appare una notizia, annunciatrice di speranza e portatrice della buona novella.
Una mamma romagnola ha condiviso con un post su Facebook una piccola scoperta che l’ha commossa. Tutto accade in una scuola elementare di Riccione. Il suo bimbo Noah di 9 anni soffre di epilessia; la diagnosi precisa è «Anomalie epilettiformi», una forma benigna scoperta circa un anno fa e che con la crescita dovrebbe scomparire del tutto. Attualmente Noah si trova a confrontarsi con attacchi molto brutti e mamma Barbara ha scoperto che in classe è stato appeso un cartello di emergenza: in caso di bisogno a ogni bimbo è stato assegnato un compito nel momento in cui Noah dovesse star male.
Si legge: l’insegnante soccorre il bambino, Lia va a prendere il farmaco, Tommaso va a chiamare i bidelli, Giulia prende il cellulare, eccetera. Scorrendo questo cartellone ho pensato subito ai grandi dipinti della Crocifissione in cui ogni pittore rielabora a modo suo un fermo immagine di ruoli: Giovanni che sostiene la Madonna, Maria Dolente, la Maddalena che si abbraccia ai piedi di Gesù, il Centurione che si stupisce. Ognuno nel dolore ha un suo posto, un suo compito.
Nel cartello di quella terza elementare c’è un quadro vivente che porta avanti l’idea di un dolore patito insieme. Qualcosa in più di una semplice lista di cose da fare, qualcosa di più di un pronto soccorso infantile.  Noah è stato accolto con rispetto ed attenzione, da maestra e compagni, nonostante le sue crisi epilettiche. Tutto è diventato uno spunto per responsabilizzare i bambini, farli sentire protagonisti e comprendere quale potesse essere il modo migliore di dare una mano al proprio compagno, qualora fosse stato in difficoltà. La parola giusta è: compassione, e sono piccoli esempi quotidiani come questo a ridarle vigore, a tirar fuori dall’armadio degli stereotipi la compassione e a colorirle di rosso le gote, a ridarle la tempra di bimbi, donne e uomini che piangono e lottano insieme. Mica in capo al mondo nelle imprese epocali da annali. Ma qui, dove la storia cambia davvero, nel quotidiano.