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LA FEDE CHE SONNECCHIA
 
 
 
 
 
Nel libro degli Atti degli Apostoli (At 20,7-12) si narra di un ragazzo che si chiama Èutico che partecipa all’eucaristia la domenica sera presieduta da Paolo, che dopo cinque giorni di navigazione è arrivato a Troade, da dove partirà l’indomani. Le cose vanno per le lunghe: a mezzanotte il giovane per un colpo di sonno cade dalla finestra del terzo piano e muore. Alcuni dicono: Paolo faceva prediche troppo lunghe, era noioso; sul noioso non sappiamo che dire, ma certamente non era una predica come la intendiamo noi, quale monologo del prete, perché il verbo dice che “dialogavano, conversavano”! Bellissima questa immagine: durante la celebrazione dell’eucaristia, si dà la possibilità di dialogare, di conversare. E’ in questo contesto il giovane Èutico, che significa buona fortuna, seduto sul davanzale, preso dal sonno cade dal terzo piano e muore sul colpo.
È un’immagine che dice tante cose: se il ragazzo stava sul davanzale è perché si comportava un poco come i nostri adolescenti, il davanzale è un posto dove, contemporaneamente, puoi “stare” nella sala e al tempo stesso puoi “startene fuori”, puoi vedere cosa accade dentro e cosa accade fuori. Sei dentro, ma al tempo stesso sei fuori. La cosa bella è che la comunità lo accolga, rispetti i suoi tempi, permetta che stia lì.
Nella  comunità degli inizi abbiamo giovani come Timoteo, altri come Eutico,  figure molto diverse tra di loro e che ci interrogano sui ragazzi e i giovani nelle nostre comunità, nella chiesa e comunque nella società. È un tema questo molto importante oggi, se papa Francesco ha chiesto che un Sinodo lo ponga al centro del confronto e del dialogo.
Anche vicino a noi, ci sono giovani che, come Timoteo, sono impegnati, ragazze e ragazzi in gamba, pieni di entusiasmo che si dedicano al bene comune,  così come ci sono giovani che come Èutico stanno alla finestra, non sanno se entrare nella vita con coraggio, se abbracciare la fede con slancio, e nel frattempo sonnecchiano rischiando di cadere e di farsi del male. La questione ci interroga e ci deve mettere in condizione di fare la fatica del dialogo, del confronto che nelle comunità primitive ha fatto emergere figure straordinarie.
È difficile dialogare, oggi forse più di ieri, perché il dialogo pare cosa da deboli, di chi non ha personalità, di chi è insicuro. In realtà è proprio nel dialogo, nel confronto – come faceva Paolo nelle notti in Turchia – che passa la fede, passa l’educazione. Forse la nostra  educazione è semplicemente una «pedagogia depositaria», trasmissione di competenze ma incapace di dialogo. Se vogliamo un’educazione che sia pratica della libertà, occorre deciderci per una «pedagogia problematizzante», capace di dialogo che vive di domande, di ricerca, di interrogativi,  una pedagogia per la persona e con la persona.
Ma forse anche noi ci stiamo addormentando, seduti sul davanzale.