Dentro il Carisma...


 
LA PORTA DELLA RELAZIONE
 
 
 
 
 
Padre Médaille usa spesso nei suoi scritti le parole “modestia”, “semplicità”,  per aiutarci ad entrare in un atteggiamento che è un po’ la chiave universale, il passepartout per l’accesso a Dio e agli altri, la modalità di relazione che evita la sfacciataggine, la presunzione, l’arroganza.  Questo non significa sempre che tutto andrà per il meglio, che il successo nelle relazioni sarà garantito. C’è sempre una soglia da varcare, una porta da aprire. Davanti alla delusione o all’occasione mancata, ci consoliamo pensando che se Dio ci ha chiuso una porta, ci aprirà un portone! Altre volte, le porte sono state aperte davanti a noi, eppure abbiamo preferito non vederle.
C’è anche una porta che ci consente l’accesso al cuore dell’altro. Nelle relazioni sane c’è sempre infatti una porta a cui bussare.
Alcune persone preferiscono smontare dai cardini la loro porta d’ingresso, per paura che gli altri non si accorgano degli arredamenti interni. L’esito però è spesso catastrofico, perché gli altri entrano senza permesso, devastando le stanze e arrivando nei momenti meno opportuni. Al contrario, ci sono anche quelli che preferiscono blindare i loro ingressi, a volte usando perfino combinazioni che, con il tempo, loro stessi dimenticano. Sono case destinate a essere abitate dagli spettri.
Spesso la porta dell’altro ci passa davanti, eppure preferiamo vivere i nostri incontri sulla piazza per evitare di fare le scale e chiedere permesso. Sono le porte che poi scompaiono e alle quali ci rammarichiamo di non aver bussato.
Nel Vangelo Gesù parla spesso della porta come di un passaggio fondamentale per vivere la relazione: la porta è quella dell’amico a cui non bisogna smettere di bussare per ottenere il pane, la porta è quella della casa del Padre che rimane sempre aperta, la porta è quella dell’ovile, la porta da cui si può entrare e uscire perché nella relazione si rimane liberi. Questa porta che rimane sempre aperta non è solo l’immagine di chi accoglie, ma è anche l’immagine di chi non intende fare prigionieri: a volte infatti lasciamo entrare l’altro, ma poi non gli permettiamo più di andar via! È inevitabile che ci siano condizioni per entrare nella casa dell’altro, perché si entra in uno spazio che non ci appartiene, uno spazio che mi è donato, ma che non conosco. Nella relazione con l’altro, come nella relazione con Gesù, non sono mai il padrone unico della relazione. Questa porta stretta mi ricorda che il mio Io deve farsi un po’ più piccolo per entrare nella casa dell’altro. Se il nostro Io è troppo ingombrante, se al centro ci sono sempre solo io, i miei interessi e i miei tempi, sarò sempre troppo grosso per entrare attraverso la porta che mi permette di accedere alla vita dell’altro. Alla fine non potrò fare altro che rimanere fuori. I piccoli, i semplici, i modesti, invece non hanno nulla da perdere: hanno già perso talmente tanto da essere ormai semplici, cordiali, e per questo, accolti.